Ci sono molti impliciti nel comparare le persone come viventi con le macchine in quanto artefatti. Sopra tutto, quando si fa tramite le finzioni cinematografiche che esplorano i limiti di nostri mondi possibili e nostri scenari reali. Due sono gli impliciti che –per quanto ci riguarda- si trovano al comparare la natura umana ed i nostri artifici culturali. Uno è la bellezza. L’altro, il senso del mistero.
Vorrei parlare sopra tutto da un punto di vista poetico, più vicino all'arte ed ai processi della creatività, senza sdegnare il punto di vista critico ed estetico. Alla fine dei conti, non sono tanto diversi. Ma conviene ricordare la distanzia che Aristotele mette tra l'attività poetica, più filosofica che l'attività storica: perché la prima tratta di quello che può accadere ad ognuno di noi, mentre l'altra tratta di quello che effettivamente successe a qualcuno in concreto. Ed a noi interessa sopratutto sapere riguardo la nostra identità: vogliamo sapere chi siamo, cosa significa essere persone.
Vorrei considerare brevemente, in questo contesto di persone e di opere poetiche, questa frase di Shakespeare: “We are such stuff as dreams are made on” (The Tempest, IV, i, 156-157). “Siamo fatti della stessa stoffa dei nostri sogni”. Pensandola anche a rovescio, potremmo dire che “i nostri sogni sonno fatti della nostra stessa stoffa” . Quale sia la stoffa della persona, che è ciò che noi siamo? quale è la stoffa dei nostri sonni, il nostro immaginario, fatto da films?
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